domenica 8 maggio 2011

Acqua pubblica e acqua privata riflessioni in vista del referendum

Acqua pubblica ed Acqua privata



Sono anni che assistiamo al dibattito sempre più acceso sul tema della “privatizzazionedell’acqua. Tra poco siamo chiamati al referendum e la confusione sul tema regna sovrana.

Di fatto, a sentire i discorsi della moltitudine, a destra e a manca, regna un sordo sentimento di parte che propone di fatto la stessa cosa, senza avere il coraggio di dirla.

La parola acqua pubblica è assai ambigua. Non si capisce cosa sia questa rivendicazione

Chiariamo subito che una cosa è il possesso ed un’altra la proprietà. Nel caso di possesso una gestione d’impresa può ricavare un profitto dalla gestione della struttura industriale per il servizio reso e per la merce venduta in questo caso l’acqua. Nel secondo caso la proprietà assicura al detentore una rendita. Rendita differenziale rispetto alla risorsa con il più alto costo di gestione.

Il fatto che l'azienda sia pubblica, ossia con il capitale di impresa in mano alla pubblica amministrazione non modifica i rapporti di produzione, che vedono capitale investito e profitto aziendale. ( se poi le perdite devono essere nascoste ( nelle pieghe del bilancio più ampio del Comune o dello Stato) è quindi apparire non più come azienda ma come pubblico servizio è un gioco di prestigio tipico dell'ideologia nostrana.



Gli scenari che si prospettano potrebbero essere acqua di proprietà e possesso pubblico, di proprietà pubblica e di possesso privato oppure di proprietà e possesso privato.

Il primo scenario è quello che attualmente nel nostro Paese è più radicato, anche se in forte cambiamento. La legge Galli del 94 ha imposto una rapida accelerazione di una struttura molto parcellizzata creando gli Ambiti Territoriali Ottimali, ( ATO )ossia una gestione locale che obbligava i piccoli consorzi o acquedotti a fondersi o ad essere assorbiti per dare vita a strutture uniche, con evidenti vantaggi organizzativi.

Questa legge di esproprio imprenditoriale, fu condita con le classiche parole vuote all’italiana nel preambolo si legge : “Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà.”.

Questa legge fu necessaria da una parte per migliorare l’efficienza del servizio, ma soprattutto per difendere la gestione degli acquedotti dalle mire di aziende estere strutturate nel settore.

Il decreto Ronchi porta il secondo colpo di accelerazione imponendo lo scioglimento degli ATO a conduzione pubblica e l’apertura della gestioni ai privati con modalità transitorie varie.

Di fatto si pone, o meglio si impone la questione del possesso privato della rete acquedottistica. La Merce servizio acqua” non viene più gestito da un ente pubblico, ma passa sotto il controllo privato.

Lo Stato e le sue amministrazioni locali hanno comunque la proprietà dell’acqua intesa non come merce ma come proprietà e quindi rendita fondiaria.

Il vespaio sollevato è notevole e tocca gli intressi di una moltitudine di soggetti, cittadini, imprese (municipalizzate, private, miste ) , amministrazioni, azionisti, imprese estere, imprese che dipendono dal servizio idrico. Nella grande confusione che regna, il dibattito si ferma solo alla questione Si o No, il che in asenza di prospettive e di una visione chiara rischia di andare a danno del cittadino e di chi sgobba per sbarcare il lunario.

La parola d’ordine “l’acqua non è una merce”, comprensibile, è comunque impropria.

La rivendicazione pretenderebbe che alcuni servizi non fossero soggetti alle regole del mercato e fosse lo Stato a farsi carico dello sviluppo e del mantenimento di quel servizio. Scuole, ospedali, infrastrutture stradali etc...

Il modo di produzione capitalistico sempre più affamato di impresa e di profitto ha sfondato porte un tempo chiuse dagli stessi fondatori del regime capitalistico. Quando la nostra società si affermo contro il mondo feudale creò volutamente delle zone in cui l'impresa non poteva entrare. L'ordine dei medici ne è un esempio ( oggi ormai semidistrutto ). Un malato veniva curato e basta, senza la pretesa di ricavare un profitto dalla sua malattia. Per questo il medico aveva una tariffa stabilita dall'ordine che gli permetteva di avere una degna esistenza senza rincorrere il profitto. Oggi purtroppo non è più così.

La distribuzione dell’acqua potabile è un servizio che per la sua creazione ha necessitato di un forte intervento statale, poche sono le eccezioni di acquedotti realizzati interamente con capitale privato. Come per le ferrovie, fu lo Stato e le sue Amministrazioni che intervennero con capitale di impresa e disciplina di mercato per rendere questa grandiosa opera pubblica. La nascente borghesia e il suo Stato si fecero carico del progresso sociale.

Oggi lo Stato è esangue, non tanto per scelta di colore politico, ma perchè l’economia nel suo insieme stenta da decenni a progredire con incrementi che possano garantire risorse per le infrastutture che solo uno Stato Centralizzato può fare. In questa situazione economica, di forte debolezza si passa a raschiare il fondo e nello stesso tempo si cercano le difese contro ingressi di capitale estero non gradito.

Perchè il capitale estero non è gradito ?

Perchè il servizio di distribuzione dell’acqua, è per sua natura in regime di monopolio e quindi come tutti i monopoli genera dei sovraprofitti, in quanto al valore della merce si aggiunge un prezzo legato all’assenza della concorrenza. Questi sovraprofitti, altro non sono che una quota di valore sottratti ad altri profitti.

Esempio banale, la mia azienda a fine anno ha un profitto medio del 5% se non fosse che sono obbligato a prendere l’acqua dall’unico fornitore esistente che ha aumentato il prezzo della merce acqua e quindi il mio profitto scende al 4%, l’1% se l’è pappato lui senza che io potessi far nulla.

A leggere quanto scriviamo si potrebbe quindi pensare che siamo favorevoli all’acqua “pubblica” in quanto il sovraprofitto andrebbe comunque nelle tasche della cittadinanza. Nutriamo forti dubbi sulla moralità di destra e sinistra sulla gestione della cosa pubblica espressione di una borghesia senile e putrida che non ha il coraggio di farsi carico del bene collettivo.

Invece di rivendicare un ritorno al passato, ormai sepolto dalla voracità del capitale che cannibalizza i suoi figli migliori, si potrebbe cominciare a pensare ad un mondo senza merci.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Qui bordighista ci cova...
Mai la merce sfamerà l'uomo